Records of our life: “Delicate sound of thunder (1988)”

Ed eccolo qua.
Per la rubrica “I dischi che ci hanno segnato indelebilmente le ossa” questa volta è il turno di un memorabile pezzetto di storia.

Questo disco introduce il mio personale periodo Pink Floyd, che non smetterò mai di venerare, pur mantenendo un pacato e apparente distacco dallo stile/genere. Anche perchè non è un genere, sono loro e basta.
Evito di premettere storie, biografie, facts&figures etc..; se non conoscete i Pink Floyd, almeno un pò più di “quelli che hanno fatto anoder bric in de uoll”, vi cosiglio vivamente di addentare qualsiasi cosa vi capiti a tiro fatta da loro. Anche la più indigeribile.

Alcuni potranno dire: “e mi parli di Pink Floyd partendo da un live che fa anche da raccolta?”.
Si.
Io ho cominciato così. Quando facevo le medie e la chitarra era un sogno lontano, in mancanza di fonti acustiche fornite da i consueti fratelli, io mi aggregavo ai fratelli altrui. I fratelli in questione erano i Bortoluzzi’s, fratelli appunto del caro compagno di mille cazzate qual’è l’Arch. Bortoluzzi Giorgio. Con quest’ultimo potrei aprire un filone di esperienze musicali live da discutere, ma sarà materia di altri post.

Tornando a “DSoT”, come spesso accadeva al tempo, mi sono fatto una cassetta dall’originale.
Conoscevo appena appena la storia dei Pink Floyd, senza parlare di alcun tipo di amenità musical-strumentali.

Ma questo disco è stato importante per più di un aspetto:

  • a delle vergini orecchie il suono risultava infinito! Qualsiasi canzone era epica, ampia e piena di cose nuove anche dopo migliaia di ascolti.
  • le canzoni ivi raccolte sono tra le più ben strutturate mai sentite, dove anche i silenzi e le pause sono messe nel posto giusto
  • cura del design e immgine, fenomenale. Ho guardato questo uomo coperto di lampadine per giorni. Dello stesso filone è “A momentary lapse of reason”. I Dream Theater hanno attinto a piene mani a questo tipo di immagini. Solo che al tempo non c’era tanta computer grafica!
  • live show da paura! A tutt’oggi i migliori show della storia li hanno fatti loro.

E’ inutile parlare delle canzoni perchè andrebbe trattato ogni periodo dei Pink Floyd e non c’ho tutta questa pretesa (e voglia). Si può dire che perle tratte da “Dark side of the moon”, “Wish you were here”, “The wall” ci sono.
E ci sono in maniera magistrale, educano la testa e l’orecchio a prendere cose semplici per quello che sono e a nasconderci dentro un’insana complessità sonora. Mi piacerebbe parlare molto di “The wall” pure, quindi in questa sede voglio evitare commenti alle singole canzoni, ma vorrei elogiarne l’accurata scelta.
E’ un disco bello e educativo se vogliamo (…ascoltare senza pregiudizi).

Molti chitarristi dovrebbero ascoltarsi questo disco e comunque assorbire la filosofia della band. Non dico che io ne detenga larga parte, ma per il suo tempo, mi sono fatto delle sapienti dosi.
Una specie di farmaco per poi poter scegliere i proprio gusti musicali.

Si spera mentenendo oggettività nella musica in generale.

PS: Non so se leggeranno mai questo post, ma devo assolutamente ringraziare i miei vicini di casa Ceci & Tiziano per avermi prestato a scopo di copia (al tempo) una valanga di dischi “from the ’70s”, senza i quali non avrei mai potuto cominciare a farmi un’idea di cosa volesse dire ascoltare e fare musica. Senza di loro non avrei ascoltato una montagna di cose. E’ stato come scoprire un tesoro.

2 pensieri su “Records of our life: “Delicate sound of thunder (1988)”

  1. Domiziano Galia

    E’ stato il primo disco dei Pink Floyd che abbia mai sentito, anche io alle medie, e Shine On You Crazy Diamond la prima canzone in assoluto. Strepitoso l’incipit, un suono caldo, avvolgente, cullante e onirico.

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