Deja vù

Tratto da Repubblica del 24 Dicembre 2005.
Io tutto questo ho come l’impressione di averlo già visto, vissuto.
Il passato si ri-ripropone. I fantasmi si ripropongono.

Il cerchio si chiude sempre. E poi ricomincia. Imperterrito.
Comunque è stato bello, poco da dire.

I fondatori Page e Brin uomini dell’anno per il Financial Times
Bici, jet e segreti nel regno di Google
I geni «buonisti» tra idealismo e soldi: da studenti spensierati a imprenditori ricchissimi in 7 anni

Sergey Brin, a sinistra, e Larry Page fondatori di Google

MOUNTAIN VIEW (California) – I ragazzi di Google, quasi tutti ventenni e trentenni, vanno da un edificio all’altro usando monopattini a motore, biciclette o Sagway, una pedana e un manubrio montati su due ruote affiancate. E anche una volta entrati nella direzione, si fa fatica a credere che questo è il quartiere generale di una società che vale oltre 120 miliardi di dollari: un’azienda cresciuta con una rapidità mai vista prima nella storia del capitalismo e che gestisce il sistema di computer più potente del mondo. L’architettura è minimalista, ma ci sono chiazze di colore ovunque: lampade psichedeliche anni ’70, distributori (gratuiti) di succhi di frutta, poltrone con massaggio rilassante incorporato. E ciotole colme di dolciumi che compaiono qua e là negli uffici e negli ingressi. Fuori, il prato, perfettamente rasato, è interrotto da una macchia di sabbia: il campo di beach volley. Un manager in jeans e maglietta esce da una porta laterale tirandosi dietro un sacco: è la lavanderia. Un altro va in palestra con un asciugamano sul collo.

La società che ha scelto la frase «non fare del male» come motto aziendale e che pensa che la sua missione – «mettere tutta la conoscenza del mondo a portata di click» – sia un servizio reso all’intera umanità, si è data una sede che interpreta alla perfezione questa filosofia «buonista»: una «fabbrica della conoscenza» fatta come un campus universitario i cui edifici sono costruiti con materiali riciclati.

Nell’aria, però, non si respira rilassatezza né goliardia e l’azienda protegge bene i suoi segreti: nessuno sa come e dove sono distribuiti i centomila computer che alimentano il motore di ricerca della società della Silicon Valley e un «database» che contiene otto miliardi di pagine web.

Larry Page e Sergey Brin, fondatori e capi di Google, incarnano questa realtà a molte facce, in bilico tra idealismo e interesse economico, tra uno stile spartano (guidano due Toyota «Prius» con motore ibrido benzina-elettrico e abitano in piccoli appartamenti affittati anche ora che ognuno ha un patrimonio di 11 miliardi di dollari) e le tentazioni del tycoon: si sono appena regalati, come jet personale, un Boeing 767 da 250 posti. Le contraddizioni sono inevitabili in una realtà, come quella di Google, in rapidissima trasformazione. Dieci anni fa Page e Brin erano solo due promettenti allievi di Stanford: figli di matematici, cresciuti fin da bambini a pane e computer. Poi Page elaborò l’algoritmo che, sviluppato insieme a Brin, ha reso il loro sistema di ricerca delle informazioni molto più efficace di quelli offerti dagli altri «motori».

Google è nata appena sette anni fa, dal tentativo di trasformare una sfida accademica in un’impresa e da un errore di ortografia: volevano dare alla società il nome di «googol», termine usato dai matematici per indicare un uno seguito da cento zeri, ma sbagliarono lo «spelling». Il percorso da studenti spensierati a imprenditori ricchissimi e carichi di responsabilità è stato fulmineo e non solo per i due fondatori, oggi appena 32enni: insieme a loro, l’esplosione delle quotazioni di Google (il titolo, collocato in Borsa un anno e mezzo fa a 85 dollari, oggi ne vale 420), ha creato tra i cinquemila dipendenti dell’azienda un pugno di altri miliardari (in dollari) e ben mille milionari.

Ma non è solo la ricchezza finanziaria a crescere a velocità esponenziale: i nuovi assunti – quasi tutti matematici, ingegneri, «computer scientists» – sono mediamente dieci al giorno. In un anno, insomma, i dipendenti sono più che raddoppiati. Lavorano allo sviluppo di una rete di servizi che sta trasformando Google nella vera superpotenza di Internet anche al di là della ricerca di dati e testi: la società già offre mappe e foto aeree di ogni luogo della Terra, un sistema di posta elettronica (G-mail) avanzatissimo e gratuito, siti che dispensano informazioni giornalistiche e programmi televisivi, sofisticati sistemi di vendita online, vetrine elettroniche nelle quali ogni commerciante può inserire le sue offerte e confrontarle con quelle degli altri, servizi di telefonia su Internet quasi a costo zero (per ora sperimentali e limitati alla città di San Francisco). E adesso Google sta lavorando alacremente al suo progetto più ambizioso, la libreria universale: la digitalizzazione di tutti i libri delle più grandi biblioteche.

Costretti a correre per inseguire i loro sogni e le attese degli investitori, Page e Brin rischiano però di perdere il patrimonio più prezioso: l’immagine di un’azienda diversa, «amica» degli utenti. La piccola Google che sfidava il Golia Microsoft piaceva a tutti. Ma ora che Microsoft non è più un monopolio inattaccabile e che proprio Google sta insidiando il suo primato – l’accordo per Aol appena siglato da Page e Brin con Time Warner mette Bill Gates addirittura nella posizione di “offsider” – non è più possibile vestire i panni di Davide. «Era il nostro fratello, sta diventando il Grande Fratello», titola, deluso, il quotidiano Usa Today . «Big Google può essere peggio di Big Oil» (il cartello dei petrolieri) strillano alcuni siti di informazione tecnologica. «Google diventerà il bersaglio di una campagna per imporre regole e vincoli alla raccolta di dati», prevede Jeff Chester del Centro per la democrazia digitale, preoccupato, ad esempio, dalla capacità del motore di G-mail di «leggere» tutti i messaggi di posta elettronica che transitano per Google. L’obiettivo è quello di inviare online messaggi pubblicitari personalizzati (se scrivete ad un amico che volete andare a Chicago, ecco comparire la pubblicità di alberghi e di linee aeree che vi offrono voli superscontati), ma molti utenti si sentono spiati. «Non è così, è solo una lettura elettronica, impersonale, delle parole; non c’è alcun intervento umano» assicura Debbie Jeffrey, responsabile per lo sviluppo dei nuovi prodotti. «Nulla di diverso dai sistemi antivirus o anti spamming che esistono da anni: anche quella è una lettura elettronica dei testi per eliminare i messaggi indesiderati o quelli che possono contenere un virus». E Craig Silverstein, il capo delle strategie di Google che è con Page e Brin fin dalla fondazione della società, cerca di rassicurare chi – operatori pubblicitari, giornali, editori di libri – teme di vedere il suo business distrutto da Google: «Non minacciamo nessuno, siamo solo una sofisticata piattaforma che veicola informazioni. Siamo un veicolo utile a tutti, lavoriamo per fare del mondo un luogo migliore». Parole di neomiliardario accolte con crescente scetticismo dalla comunità della «rete». Per Google questa è la minaccia più grande. Il «buonismo» non è solo cibo dell’anima di Page e Brin che, ad esempio, non accettano la pubblicità di superalcolici, armi e altri prodotti che giudicano in conflitto col loro senso etico: è il collante che fa sentire molti utenti membri di una grande famiglia e li spinge a lavorare gratuitamente per Google. I suoi servizi sono disponibili in oltre cento lingue e in molti casi la traduzione è stata realizzata senza compenso da «internauti» che vogliono solo mettere in rete Paesi fin qui esclusi dalla rivoluzione digitale; e che, così, aprono a Google nuovi business.

Anche l’atmosfera familiare del Googleplex (il nome dato alla sede) ha il suo valore economico: dentisti e servizi medici gratuiti, le palestre, la Jacuzzi, i tre pasti al giorno offerti con la supervisione di uno chef di grido (l’hanno strappato alla rockband dei Grateful Dead), costano, è vero. Ma, così coccolati, i ragazzi di Google rimangono al lavoro molto più a lungo.

Quanto durerà? L’azienda sta cambiando: vuole dare a tutti la libertà di accedere a ogni informazione, ma per fare affari in Cina, è costretta (come i suoi concorrenti) ad accettare la censura di un regime dittatoriale. Agita la bandiera dell’idealismo, ma a Washington costruisce una struttura di lobbisti simile a quella delle altre corporation. La purezza di Page e Brin resiste solo nella pagina iniziale delle ricerche su Google: potrebbe essere piena di pubblicità miliardarie, invece resta ostinatamente bianca.
Massimo Gaggi
24 dicembre 2005

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