… che scrivo bene, qui. Non ci avrei fatto tanto caso, se non fosse stato che dopo il decimo apprezzamento, mi è venuto il dubbio che potesse essere vero.
Tranquilli, non è autocelebrazione. E’ solo che mi viene da ridere. Avrei potuto velatamente godere di complimenti, celando in me le reazioni, in tutt’altri campi caso mai, ma non riguardo scrivere qualcosa.
Per 5 anni di ITIS, distribuiti in 2 a Treviso al Fermi e 3 al Barsanti a Castelfranco Veneto, non penso di essere salito sopra il 6. E quando dico “sopra”, intendo dire un voto minore, mai uguale.
Inoltre, il mio sconsiderato disinteresse formale indotto per letteratura, storia e informazioni cosiddette “importanti” su carta stampata scolastica, sono state motivo di travaglio durante gli ultimi anni del Barsanti, perchè non è che prendessi meno di 6 in forma varia, ma un 5 fisso.
Ma quando dico 5 fisso, intendo dire, 5. No way, no mercy.
Di solito il parto del tema in classe si sviluppava così:
- “Oh merda, un tema in classe”
- Panico concatenato a quest’ultimo e carico psicologico incrementale derivato dai passati insuccessi
- Dolori intestinali di natura psicosomatica
- 2 ore di agonia: “ce la farò?” “Che cazzo scrivo?” “Dai proviamo così” “Si può andare” “che due coglioni, devo anche ricopiare” “che due coglioni devo anche rileggere” “beccherò tutti gli errori stavolta?” “consegnamo e chisseneincula”
- E’ finita
- Correzione, consegna: 5 fisso
E avanti così.
La cosa bellissima, a posteriori si intende, era il commento del prof Gino Fabian, sempre lo stesso: “Guarda…tu non è che scrivi male, anzi… però.. è come.. sei un farfallone.. giri di qua e di là, ti perdi un errore, cambi argomento, sei disattento” e io “Professore.. c’ha ragione, che le devo dire…”.
Cosa rende bellissima questa umiliazione, mi è comprensibile solo ora.
Ora che qualcuno dice che scrivo decentemente. Ora che leggo mi rendo conto di come scrivono gli altri. Ora che capisco cosa voglia dire essere attento e metodico. Ora che capisco chi e cosa riesce in qualcosa, come e perchè. Ora che di anni ne ho praticamente 30.
E il buon Gino, che mi ha sempre trattato con un’imparzialità estrema, senza darmi mai ne più, ne meno di quanto meritassi, mi ha dato una lezione, all’epoca, forse in fondo da me compresa e l’avrei voluta anche mettere in pratica, ma per quanto un cervello di un quindicenne potesse sforzarsi, non era il momento (o periodo) più adatto per accettare buoni consigli.
Io i miei problemi (che alla fine non erano problemi, magari attività prese da altri punti di vista, non consoni per il momento ovviamente) me li sono risolti, o per lo meno, so dove andare a parare. So come uscirne per far sì che le cose che ho dentro vengano fuori.
Magari ora ne ho altri di cui mi rendo conto, so qual’è la soluzione, ma non riesco a mettere in pratica il piano di salvataggio, come fossi costretto da una camicia di forza, la quale mi fa subire ogni mazzata, conscio di cosa e come sta avvenendo.
Non mi sto elogiando, sto solo dicendo che ho capito e che in fondo ringrazio il caro Fabian. Però anche lui…
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