Dopo lo sfogo dell’altro giorno, mi sento in vena di fare un post serio.
Più che serio, direi accettabile. Per rimediare. Uno di quelli che non sfigura quando leggi altri blog.
Uno di quelli posati e ragionati. Uno di quelli che mentre lo leggi pensi “cazzo, però…”.
Potrei prendere spunto da un sacco di cose e sembrare capace come gli altri. Vorrei evitare di stracciarvi i maroni con i miei soliti infimi e minimi problemucci. Del resto un blog personale sarà anche un luogo di “leggeri discorsi”, ma comincio ad infastidirmi da solo della mia pochezza di argomentazioni.
Vorrei fare un sacco di foto. Mi passano un miliardo di idee per la testa, ma non ho il tempo materiale di svilupparle. Anche se ce l’avessi, non ne avrei i soldi, il che alla fine si ripercuote su un solo risultato e cioè quello di non fare un cazzo di concreto. Vorrei cogliere istanti sempre diversi, nello stesso momento.
Invece ho un feedback control che mi tarpa le ali. Me ne rendo conto e forse scrivo per trovare un modo per spegnerlo.
Come nella musica. Vorrei suonare ore e registrare altrettante idee, tante quante le foto che vorrei fare in contesti piovosi e primaverili. Vorrei concretizzare.
Vorrei essere in viaggio con la donna che amo, ma ci sono degli ovvi impegni che ci frenano. Cose frivole e leggiadre come il lavoro o peggio, l’Università.
Ecco, io vorrei fare un sacco di cose, ma sono come l’insetto intrappolato nella mia gabbia universitaria (e mentale) d’ambra. E mi sembrano veramente secoli, la mia prigionia autoinferta.
Sento di saper fare cose che potrebbero essere buone, alle volte piacevoli sia per me che per gli altri.
Invece devo per l’ennesima volta tentare di sviluppare un’attitudine atta a condensare in qualche ora, supremi pensieri teorici per i quali pago e spero un giorno rivelarsi utili. Ma giorno dopo giorno sale la sensazione che forse non era il mio posto l’Università. E quando la paura ti prende, tutto diventa un peso che ti sembra impossibile da trainare. Ma si va avanti.
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