Il mio grosso grasso giorno al Consolato Greco

Entriamo nell’ufficio piccolino dell’altro corridoio. Più avanti ci sono altri corridoi, altri fax, che Aris manipola sapientemente e porticine a noi ignote.
Un signore con fare un pò sbruffone, che a Konstantina piace tanto ma tanto ma tanto quando un connazionale fa così, chiede la documentazione più o meno così “dai, dammi qua”.

Konstantina non gradisce, ma si contiene.
Un documento non serviva, anche se le hanno detto che era importante.
Le foto, appena fatte, del costo di 9 euro…. non vanno bene.

Ripeto, le foto appena fatte del costo di 9 euro, non vanno bene. Il forte istinto di perfezione proprio della cultura greca si materializza in due dipedenti Statali in terra straniera che alla richiesta di informazioni sul perchè queste pregiate e costose foto, eseguite rispettando tutti i rigorosi dettami tedeschi in materia passaportuale (e sono tanti), hanno semplicemente detto “non vanno bene“.
Ripeto, non vanno bene.
La pressione interna dell’ufficio aumenta istantaneamente a causa dell’espansione volumentrica delle arterie di Konstantina.
Io non so se ridere o disperarmi, ma in ogni caso non batto ciglio.
Con fare non curante se non cafone, il tipo di cui prima spiega che le foto per i passaporti greci devono essere più grandi e per dimostrare ciò, l’altro greco dell’ufficio, si fa passare le forbici.

Da un capo all’altro dell’ufficio questo chiede “dai dammele..”. I greci non usano il soggetto.
“Cosa?” “Quelle…” “ah oreo, kalà” e si capiscono.

Per dimostrare che le foto non andavano bene, l'”altro” si fa passare “quelle” per tagliare micrometricamente le foto appena fatte e dimostrare che in confronto ad altre foto lì presenti sulla scrivania, mancava un centimetro buono. Ma ha rifinito la foto come fanno i tedeschi con le strade.

Magicamente, dopo una collutazione verbale mantenuta su toni grecamente ironici e scherzosi, ma sempre a voce alta, salta fuori una fotocopia con una cartina, indirizzo e collegamenti bus ad un fotografo, introvabile per altre vie, che fa le foto giuste.
Konstantina ha un piccolissimo dubbio, ma io per evitare la detonazione in luogo pubblico, la seguo nella sua fuga verso l’uscita.

Andiamo a fare le foto, quelle giuste però.

Alla fine è pure facile trovare il posto, dall’altra parte della città.
Questo fotografo è una casetta bianca in mezzo ad un quartiere residenziale, dove pensi di poter trovare al massimo una cassetta delle poste.
Questi hanno uno studio fotografico, da 50 anni. I tedeschi ci tengono alla tradizione.
Se non fosse stato per la scritta Agfa in grande e Kodak in piccolo, poteva essere uno studio di fisioterapia.
Esce una signorotta tedesca, di quelle inflessibili durante tutto l’anno che poi ti ritrovi a scorreggiare per i campeggi italiani magari, ma lì è ferma e decisa nel suo “bitteeeee?”
Questi in effetti sono molto professionali.

Non fanno foto, ma quadri. Decisamente sono meglio delle altre, delle quali ho dimenticato di menzionare, la sovraesposizione centrale in pieno viso che aveva fatto di Konstantina, una tossica e potenziale trafficante di cocaina.

Torniamo al Consolato sconsolati (questa non vedevo l’ora di scriverla) e in carenza di zuccheri. Ci fermiamo in una risto-panetteria, dove un signore di una gentilezza squisita ci vende una brioche al cioccolato altrettanto squisita.

Abbiamo riacquistato le forze, siamo pronti al contrattacco.
Toranti al Consolato, lo scopriamo stranamente vuoto. Alla fine tutti mangiano, specialmente i Greci.
Ci fiondiamo nell’ufficio di cui prima, senza aspettare che Aris ci indichi la strada.
Mentre Konstantina affronta i due ufficiali gentiluomo, dei quali tra l’altro uno è cambiato, io vado a fare un bisogno impellente in un bagno bianco e blu, dietro ad una porticina, dopo un altro corridoio e un cucinino.

Ed è lì che esce la grecità.
Prima non ho pure menzionato che in questo consolato non si è visto un computer uno.
Niente monitor. Niente mail. Tutto a voce, telefono, fax e molta mano d’opera.
Probabilmente c’era anche una piccola Acropoli, ma niente tecnologia.

Niente di tutto ciò, però c’era una signora che nel cucinino stava preparando da mangiare.
Non l’ho colta nel mentre di una frittura o uno sfornamento di pita, ma questi rinunciano a qualsiasi tipo di vantaggio tecnologico in favore dei cari prodotti culinari greci.

E questo è anche un pò italiano volendo, pittorescamente parlando, ma italiano.
Quindi procedo per il cesso bianco e blu, eseguo e ritorno nell’ufficio dove si sta consumando un altro capitolo storico.

3 pensieri su “Il mio grosso grasso giorno al Consolato Greco

  1. S.

    ecco…non so se per i greci valgano regole diverse, però io sono andato a Londra con la carta d’identità direi all’incirca un mese fa…

  2. florida

    ma non le serviva il passaporto. Basta la carta d’identita greca. Taftotita si chiama.
    La prossima volta informatevi meglio.

  3. DvD Autore articolo

    Posto che era stato scritto volutamente per ridere anche se potrebbe essere chiaro che andando al consolato (dove ci devi andare per fare entrambi i documenti) ti informino meglio, sta di fatto che serviva un documento nuovo e allora abbiamo rifatto il passaporto, che torna sempre utile e desta meno dubbi di una carta di identità scritta a mano (quello era il dubbio vero alla fine, considerando quanto scassa minchia sono in aeroporto UK).
    In tutto ciò cmq, non capisco perchè tu mi debba dire in quel modo “la prossima volta informatevi meglio”, però fa niente, cogliere l’ironia non è da tutti. Che poi mi vieni anche a dire come si chiama la carta di identità greca…

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