Come raggiungere la Grecia in macchina guidando per 1997 km

Premessa

Mi piace guidare. Mi piace fare chilometri e chilometri, sia in compagnia, sia da solo. Se devo farne tanti preferisco essere da solo perchè posso gestire meglio la situazione, ma è una condizione non sempre realizzabile. Come non è così comune poter fare molti chilometri, quindi quando se ne presenta l’occasione non mi tiro indietro.

L’occasione è stata la discesa verso la Grecia, per la precisione Corinto, partendo da Treviso. E no, non facendo un pezzo in nave e non facendo la costa croata. Era l’occasione d’oro per poter fare tappa in Bulgaria che non avevo ancora visitato e poter trapassare la Grecia dalla parte nord, a sua volta via non ancora sperimentata.

La mia passione per il chilometraggio da camionista è un po’ di famiglia e un po’ derivata da quel periodo della mia vita vissuto in Germania con un piede sempre pronto al giorno del ritorno. Era un avanti e indietro per svariati motivi (festività, esami universitari, spostamenti familiari) che ad ogni tratta segnava 1000km giusti. Mille andare. Mille tornare. E il contachilometri della Clio saliva, saliva e saliva finché un giorno è successo quello che ormai è entrato nella leggenda, ma di cui non scrivo perché probabilmente sono ricercato da qualcuno in Germania. Però non fidatevi dei meccanici tedeschi, ma soprattutto non fidatevi dei pompieri. Dicevo… ormai il fare chilometri era diventato un piacevole momento.

Cercavo come un tossico l’occasione di allungare il percorso, prendere un’altra strada, fare tappa in una città diversa, ma una volta tornato in Italia la pacchia è finita. Niente più scorribande, niente più deviazioni, niente più autostrade.

Ma nell’esatto momento in cui mia moglie ha detto che pensava di tornare in Grecia con prole a carico per il mese intero di Agosto (e io non potevo seguirli a causa del lavoro) la luce della discesa balcanica si è accesa. Tutte le condizioni per potermi fare una valanga di chilometri, in stati diversi con tempi relativamente comodi era lì di fronte a me.

2000 succosissimi chilometri. 

Del momento in cui pianifichi ogni dettaglio, ma sai che sono solo cazzate.

Certo, 2000, perché ho fatto di tutto per prenderla larghissima, anche se la via tendenzialmente più corta non è così rose e fiori e non rendeva la mia scelta così assurda in ogni caso.

GoogleMaps alla mano ho puntellato 5 stati di stelline, indirizzi e strade alternative. Ero felicissimo. Ho addirittura rispolverato Couchsurfing per trovare ospitalità nel punto migliore per fare tappa e frazionare il viaggio di 2000km in due. Perchè… è ovvio, andava diviso questo viaggio.

Alla fine dal lavoro riesco a farmi dare qualche giorno in più di ferie per poter massimizzare viaggio e permanenza, la famiglia era già in posizione dalla nonna greca, bastava solo arrivare al martedì 7 Agosto, verso sera, tempo di riempire l’auto con le ultime cose, riposarsi un po’ e alle 3:00 di mattina partire.

Era tutto quasi pronto, contavo di tornare dal lavoro, sistemare casa (per non trovare la foresta amazzonica al mio ritorno), raccogliere quanto chiesto dalla moglie, chiudere la porta e andare.

Ok, era un attimo troppo pretenzioso. Mi sono addormentato alle 22 poco dopo aver avvisato che sarei partito la notte successiva.

Il giorno dopo ho rivisto i piani, svegliandomi riposato, valutando di partire verso le 22:00/23:00, sistemando tutto con calma e andando a recuperare quel fottuto nuovo router comprato per mia suocera dal corriere espresso dove è arrivato in ritardo, perché spedito in ritardo e via così discorrendo con tutte quelle cose sappiamo succedere in Italia, specialmente in Agosto.

Sono le 21 di mercoledì 8 Agosto ed è veramente tutto pronto. Anzi no, quasi. Devo ancora fare la valigia, ma è un dettaglio, quando ho mutande, magliette e ciabatte è più che sufficiente per quello che conto di fare nelle successive 2 settimane.

La partenza. Sotto i migliori auspici.

Eccomi, sono lì sotto il portico di casa con i miei genitori a ricordarmi di stare attento, andare piano e non fare stupidaggini. A 36 anni. Ne avessi mai fatte di stupidaggini in vita mia. Ad ogni modo mia madre riesce ancora a convincermi a darmi soldi contanti “che non si sa mai”. Fortunatamente non mi ha chiesto se avevo le mutande pulite, che metti caso mi succeda qualcosa… Comunque i soldi li avrei presi dal bancomat di lì a poco non era un problema, però erano lì, pronti e ho accettato. Qui il dettaglio non tanto il prestito (che salderò), ma sulla quantità. Un po’ di più di quanti ne avrei presi io, che di per sé non sarebbe stato un problema perché di solito ne prendo all’occorrenza, ma verso la fine del viaggio avranno il loro peso.

Insomma, salgo in macchina e alle 23:00 parto. E quello che mi aspetta è riassunto nella mappa sottostante.

Dell’intraprendere il viaggio e constatare il fatto di poter realizzare una performance stellare pur non avendo una Audi, BMW o similari.

La nostra Mazda5 è una buona macchina, non mi posso lamentare. Morbida nella guida, spaziosa, ha grinta quando serve pur non essendo un macchinone alla tedesca. Mi ci trovo bene. Ero mediamente carico, carico di tutte quelle cose di cui ti puoi circondare quando uno va in Grecia: serbatoio inox da 30 litri per l’olio, due antenne paraboliche, un’antenna UHF, uno scatolone con materiale elettrico, un router e una trousse di attrezzi da lavoro. Ah si, avevo anche delle Crocs non originali e la valigia.

Il primo tratto non l’ho nemmeno sentito. Sono uscito dall’Italia che non me ne sono accorto, giusto il tempo di fare la vignette per la Slovenia ed era già ora di passare Lubljiana. Ero lanciatissimo.

Non passa molto tempo che sono già al confine con la Croazia ad un tiro di sputo dalla capitale Zagabria. Subito si fa chiaro il divario: mentre la Slovenia nella sua piccolezza è stata relativamente facile da adattare al versante europeo occidentale, entrare in Croazia non per andare al mare ti fa ancora percepire i fasti della Jugoslavia, la solennità socialista la si nota dalle strutture visibili mentre guidi. Vedi che è cambiato qualcosa, ma non poi tantissimo. Ovviamente per quanto sia possibile cogliere le differenze stando in autostrada. Sta di fatto che a 480km mi fermo ( coordinate geografiche 45.23301939, 17.29013422 ), faccio la prima pisciata e contemplo quel poco di paesaggio croato che si intravede nella notte.

Riparto di slancio senza mezzi termini dopo aver aggiornato i familiari tutti sulla mia posizione e direzione, la strada da fare è ancora lunga. Alle 5.18 sono alla dogana Croazia-Serbia (45.04811957, 19.09743774) con un’alba spettacolare. Non sono stanco per niente sebbene non abbia dormito prima di partire e mi sento come se potessi correre ancora per molto. Del resto il mio primato precedente erano 1000 km e stavolta quel primato sarebbe stato solo la metà del viaggio.

Entro in Serbia senza problemi. La doganiera dallo sguardo cattivissimo mi borbotta qualcosa che io presumo voglia significare “Niente da dichiarare?” ed io con la faccia da gattino bagnato sotto la pioggia dico “ajfafunaufnnonono!”. Il vialone che mi si para davanti, nella sua corsia opposta è pieno di cestini per immondizie, dalla mia parte niente. Il primo pensiero ingenuo è “ci tengono tantissimo alla pulizia”, poi realizzo che la pulizia non c’entra un cazzo, ma è molto più probabile che abbia a che fare con le cose da lasciare a terra prima della dogana in caso di lunghe code. Se avete una spiegazione migliore fatemelo sapere che sono curiosissimo.

Insomma, sono in Serbia, la giornata è limpidissima e la strada è buona, soprattutto la strada è liberissima senza traffico. Le sfumature da ex-jugoslavia si fanno ancora più nette perchè qui il paesaggio è ancora più ampio e vasto, con minori costruzioni e quelle poche sono lì da molto tempo, per non dire abbandonate. Vorrei fermarmi a riposare, ma provo a tirarla ancora un po’ lunga, finchè non mi rendo conto di quale sia la stazione di servizio migliore. Ecco… non esiste una stazione di servizio migliore e tanto meno una piazzola degna di una sosta. Soprattutto non esiste una zona d’ombra. In tutta la Serbia!

Devo attraversare Belgrado, ma c’è una sorta di deviazione e mi trovo in mezzo ad una città che vuole riemergere dal passato, che si sta sistmando le ferite, ma ne ha ancora molte. Se non fosse per alcune macchine nuove potrebbe essere il 1962 ad essere di manica larga. Dopo un po’ di strettoie ritorno sull’autostrada che mi restituisce una fetta di modernità. La cosa che più mi colpisce è la quantità di rifiuti lungo le strade, soprattutto le bottiglie di plastica. E’ una cosa strana perché non è che mi stupisca il rifiuto abbandonato in sé, è la modalità. Solo bottiglie di plastica pressate e schiacciate, come se volessero per davvero abbandonare quel merdaio in quella maniera. Un rimorchio di un camion trasportante lane e tessuti, squarciato, abbandonato da poco tra l’altro, lì poco prima di una galleria, con tutta la lana in giro e un principio di incendio. Lasciato lì come se fosse la cosa più normale del mondo. Ora, ripeto, non voglio fare la figura del provincialotto che si stupisce di tutto, era veramente surreale la modalità con cui era stato abbandonato. Ma io proseguo, tiro dritto un sacco di chilometri da fare e nemmeno mezzo metro quadro d’ombra per riposarsi. Mi fermo in una “zona di sosta con bar” a fianco ad un camion che parte dopo 10 minuti facendo finire il mio rilassamento nel sudore.

Riparto, ma sarebbe già il momento di pensare ad un pieno e non posso più fare lo schizzinoso per le aree di sosta: tra poco dovrò proseguire per una statale piccolina dopo Niš (pronuncia [ˈniʃ][1], in serbo Ниш / Niš, talvolta italianizzata in Nissa[1] o, seguendo il toponimo latino NaissusNaisso) per poter accedere alla Bulgaria da una strada superiore ed evitare la parte sud della Serbia, dove dicono non sia proprio il massimo da attraversare (mi sono informato sul sito del Ministero degli Esteri, mica faccio chilometri alla cazzo).

Faccio benzina convinto di pagare meno, invece mi chiedono sempre 75€ dopo avermi fatto vedere il cambio con una calcolatrice, cosa sulla quale io non tempo e voglia di fare i conti e accetto di buon grado (anche se “bel grado” farebbe molto più ridere).

Non c’è traffico, si corre molto bene, ma finalmente realizzo una cosa che da molto osservo: è dalla Croazia che sono circondato da auto con targa tedesca e di sicuro la gente stipata dentro tra una marea di cose stipate a loro volta non è tedesca. E lo dico per esperienza, un tedesco non riempirebbe mai un’auto in quella maniera. Spesso queste auto hanno targa uguale a gruppi di 2 o 3 e non c’è una particolare concentrazione di una determinata zona della Germania, arrivano da ogni angolo, partendo da Amburgo, fino giù a Monaco. In sostanza sono gli emigranti che tornano a casa, in buona parte turchi, ma con qualche spruzzata di greco. Infatti alla stazione di servizio riesco a fare “overheard” di una famiglia chiaramente greca con targa di Stoccarda alle prese con un cambio pannolini. Farsi i cazzi degli altri in più lingue è un’esperienza inebriante, la parte più divertente è lasciare il dubbio a chi stai ascoltando se veramente riesci a capire cosa stanno dicendo. Un greco con targa tedesca in Serbia credo si senta abbastanza sicuro, ma non se ci sono in giro io.

Prendo una statale che si perde tra le montagne e i fiumi fino ad arrivare ad un cantiere di lavori in corso lughissimo e larghissimo di un’autostrada che presumo sarà la via di comunicazione futura tra la Bulgaria e la Serbia. Nel frattempo però la dogana Serbia-Bulgaria appare all’orizzonte.

Di come tutte le tappe pianificate vadano a puttane, ma sempre meno di quanto andranno a puttane dopo.

La Grecia è ancora distante, ma il mio record personale sta per essere frantumato con semplicità. Approdo in Bulgaria dopo aver visto una bella doganiera bulgara e aver mostrato i contenuti bizzarri del mio bagagliaio al doganiere gentilissimo bulgaro pure lui. Secondo i miei piani di lì a poco avrei dovuto fare tappa definitiva, cioè tagliare il mio viaggio e ripartire il giorno dopo. Questo se fossi partito alle 3:00 di notte. Ma erano tipo le 11:00, caricatissimo, 1000 km fatti e 1000 da fare. Potevo solo andare avanti.

Mi procuro la vignette bulgara, cosa che fa diventare il mio parabrezza una raccolta di figurine. Potrei ora lanciare la filippica sul perché tutto il mondo usi le vignette per l’autostrada e l’Italia no (ma anche la Grecia volendo), ma non ho tempo. Vado avanti in direzione Sofia (/ˈsɔfja/,[1] in bulgaro София, Sofija [‘sɔfija]) esercitando il mio colpo d’occhio nel trasportare in tempo reale parole scritte con alfabeto cirillico, greco e latino. Mentre percorro il vialone che entra nella capitale bulgara lo spazio/tempo si contrae e mi trovo a passare di fronte ad un misto tra favela brasiliane, slum indiana e sobborgo cittadino mal tenuto. Dopo una bellissima strada alberata che potrebbe farti credere di essere in Francia, in pochi metri entri nella più ovvia e comune zona industriale, con sfavillanti concessionari d’auto, centri commerciali e edifici vetrati. Ma dopo tutta questa ovvietà trovi un fiume/canale/rigagnolo dove sulla riva ci sono infinite baracche, dalle quali escono infiniti bambini trasportanti bottiglie di plastica, raccolta dai genitori e i fratelli più grandi per poi portarla non so dove. Nel frattempo fanno anche la carità perché questo nucleo abitativo è a ridosso di un incrocio importante e che lascia poco spazio al dubbio: a sinistra Turchia, dritti centro Sofia, destra Grecia. Mi sembra superfluo sottolineare che nel momento esatto in cui ho svoltato a destra ho perso tutti i miei compagni con targa tedesca.

L’autostrada bulgara, o per lo meno quella che ho fatto, è abbastanza nuova e tenuta bene. Mi ha fatto abbastanza impressione la quantità di polizia bulgara incontrata: erano ovunque e credo di aver trovato non meno di una decina di volanti in 200km. Continuo imperterrito, sono a pieno regime sebbene una zona in ombra mi farebbe comodo e proseguo per Blagoevgrad (bul. Благоевград, già Горна Джумая, Gorna Džumaya) luogo in cui dovevo fermarmi per la tappa-riposo, ma vista la performance stellare che stavo eseguendo, ho lasciato alle mie spalle in pochi minuti: la successiva dogana era lì vicino, troppo vicino.

Trovo una piazzola all’ombra di una montagna, la seconda utilizzabile di tutto il tragitto bulgaro e mi fermo ad ammirare una stazione di servizio abbandonata, ma in funzione grazie a dei serbatoi alimentari di recupero e una pompa elettrica installata sopra (esattamente in questa posizione 41.81407943, 23.16048653). Attivo il roaming dati per fare un checkin in Bulgaria, vedere quanto realmente manca alla meta, svengo dopo aver realizzato quanto manca e riparto. Devo fare pure benzina e cerco di sfruttare il serbatoio quanto più possibile per poterlo riempire quanto più possibile al costo di 1.3€/l offerto dall’economia bulgara. Se mi fossi dovuto affidare all’economia greca un 35% in più non me lo toglieva nessuno.

Dell’entrare in Grecia, sentirsi a casa e venire per questo pugnalato alle spalle.

Dopo un soddisfacente pieno con 61€ e la seconda pisciata del tragitto (avete capito bene, 1200 e rotti chilometri e due pisciate) mi trovo al confine con la Grecia. Praticamente mi sento a casa. Vedo stanchi doganieri tenere in coda la gente senza un reale motivo, mentre fumano scoglionati la loro ennesima sigaretta e fanno gesti tipo “tu passi, tu no, tu vai lì, tu vai anche a fanculo”.

Aspetto non so bene cosa, ma entro nella nazione patria natia di mia moglie, la mia d’adozione, metà di quella di mio figlio, entro nella culla della civiltà e della democrazia moderna. E di fronte a me c’è solo una strada spoglia in quanto evidentemente nuova. Ma lì, nel nulla doganale, una supermercato nuovo chiuso.

Abituato alle bizzarie greche non perdo tempo e forte del fatto che so fino a che punto posso spingere l’acceleratore, scendo dalla montagna in direzione Salonicco. Sono decisamente stanco, ma mancano ancora poco meno di 800km, quello che per molti potrebbe essere un intero lungo viaggio, per me è solo un altro settore. E ancora non so cosa mi aspetta. Infatti l’idea è tanto chiara quanto vaga: percorrere l’autostrada nuova tra Egoumenizza e Salonicco per raggiungere il versante ovest, una volta arrivati a Ioannina scendere verso sud, passare il ponte di Rio a Patrasso e tirare dritto per l’ultimo settore di questo viaggio. Ma ormai lì sarei praticamente a casa, l’ho già fatta una volta e potrei quasi usare il pilota automatico.

Però c’è un fottuto però.

Però c’è stato in fase di pianificazione il top dei misunderstanding, la madre del lost in translation, il massimo in fatto di accenti spostati. Le strade per scendere verso sud sono due potenzialmente: o scendi dalla parte est per Larisa-Atene-Corinto-Kiato o vai per Ioannina-Patrasso-Kiato dalla parte ovest. Io, parlando con mia moglie, avevo inteso che la parte est era tortuosa, infinita e brutta da fare, quindi mi sono detto faccio la parte ovest “che fa tutta la costa, guarda che bella di sera che deve essere”. Costa. Curve. Sera. Doveva suonarmi un maledettissimo campanello, ma dato che non è suonato io, già stanco in abbondanza cerco la mia via in discesa verso Salonicco, convinto di vedere ad un certo punto indicazioni Patrasso, almeno per capire la direzione.

Ora voi direte “e un navigatore? Una cartina?”. Si, ce l’avevo, o meglio, avevo la versione braccino corto. Una volta attivato il roaming dati sul telefono, lo usavo solo per caricare il successivo quadrante di GoogleMaps che mi sarebbe servito. La cartina era troppo poco dettagliata, i coglioni troppo rotti e si stava facendo sera. Non pago di questo scopro con orrore che Patrasso non se lo caga nessun cartello. Tutti i cartelli scrivono “Atene”.

Del constatare che in Grecia tutte le strade portano ad Atene.

E’ qui che la mia terra d’adozione mi ha pugnalato. Persino in Italia se vai a Roma, dove è risaputo tutte le strade portano, ad un certo punto trovi tipo Bologna o Firenze, ma anche Orte volendo. In Grecia no, intanto Atene, poi si vede. Io dovevo capire che direzione prendere per andare verso Ioannina, e loro ti mettono in caratteri enormi e spropositatamente non linearmente proporzionali alla grandezza della destinazione o Atene o il prossimo paesello che ha avuto la fortuna di ospitare il nodo autostradale. Probabilmente avrei dovuto seguire Atene e basta, ma io no, io dovevo attenermi al piano e affettare la Grecia longitudinalmente. Dopo soli 1300km valutavo il viaggio per chilometri rimanenti ed erano sempre tantissimi, ma ormai ero nella situazione in cui non potevo più fermarmi, ne trovare dove fermarmi (o meglio, non ne valeva la pena) e ne prendermi una pausa ragionevolmente lunga. Che fare? Proseguire ovviamente.

A dire il vero c’era sempre l’indicazione per Antirrio, ma nella mia stanchezza l’ho sempre considerato il prossimo paesello oppure un errore di lettura, non difficile con un alfabeto diverso dal solito. Che cazzo è sto Antirrio, io devo andare a Patrasso. Può essere che sia più grande di Patrasso? No, e allora fanculo Antirrio. Che errore.

Con il mio sistema di navigazione dei poveri inforco la giusta autostrada, ma a fronte di un cedimento strutturale del mio fisico e di una pioggerellina inaspettata, mi fermo in un bel piazzale per fare una dormita, cosa che in realtà non riesco a fare decentemente perché sudo l’anima e non solo. Riparto, però è davvero dura e mi rendo conto che alla fine non ho bevuto nemmeno un caffè. Dalla notte precedente. Dandomi del coglione aspetto la prossima area di servizio che quando ti serve, non c’è mai. Oppure su questa nuovissima autostrada ce ne sono veramente poche.

Ne trovo una che sembra più o meno l’oasi di Omar il Fichissimo ne “Una vacanza bestiale”: nel nulla c’è un’area di sosta presentata come “autohof” manco fossimo in Baviera, ti fermi e c’è un disco bar con tanto di piscina e musica unz unz, un sacco di bulgari, greci altolocati e cani randagi. Incolpo la stanchezza di farmi vedere cose assurde e mi prendo un “frappè metrio me gala” bevanda standard per farmi di caffè quando sono in Grecia. Mi sento rincuorato abbastanza da riprendere la marcia e finalmente arrivo a Ioannina.

Capisco di essere in un grosso centro urbano quando mi trovo a girare in tondo in una rotonda enorme di fronte ad un IKEA. E’ il momento di aggiornare i familiari in merito alla mia posizione e mi sento dire “ah sei vicino, tra 3/4 ore sarai qua!”. “Tra 3/4 ore…” dopo 1800 km è la perfetta cosa da dire per far capire cosa si intende per “mixed emotions”. E il peggio doveva ancora arrivare.

Del correre al buio, stremato, tra mille insidie che non vorresti per nessun motivo incontrare nel tuo attuale status di persona stremata.

Sono le 21 scarse e sono a Ioannina. Guardando su GoogleMaps dove sono in realtà non voglio credere si essere dove sono perchè sembra ancora lunghissima. Il problema vero è che lo è di più di quanto io riesca a percepire. Mi incammino immettendomi nel flusso di auto che si perde nel buio di una strada che non so nemmeno come descrivere. Sembra la statale Romea greca con i greci che ci guidano sopra e la cosa non volge a mio favore. E’ una strada non strettissima, ma nemmeno larghissima, di sicuro non ti permette di sorpassare e se te lo permette è per qualche microsecondo. Ad aggravare la situazione ci sono degli agglomerati urbani non proprio urbani. Una specie di villaggi del vecchio west, con due o tre ristoranti, un distributore, ogni tanto un meccanico o un supermercato e basta. Andrebbe aperta una parentesi sul fatto che tutti i ristoranti erano stracolmi, ma la crisi economica in questo momento non mi importa, bestemmio un po’, inveisco sugli evasori fiscali che vanno a mangiare fuori in Cayenne manco fossi un leghista, ma continuo. Sempre avanti. In questo mio infinito inseguimento al buio scelgo un tizio in 500 anni 90 come “compagno di viaggio”. Il compagno di viaggio è quello che scegli per farti trainare, una sorta di motivazionatore che ti da il ritmo quando vuoi cedere. Ecco, il compagno di viaggio va sempre seguito, anche quando ti sembra che stia facendo una cazzata. Il mio compagno di viaggio ad un certo punto svolta in direzione Atene. Ti pareva. Sapendo più o meno dov’ero la direzione Atene mi sembrava la più sbagliata in assoluto. Ma il mio sembrare non era l’esperienza del compagno di viaggio. Il mio sembrare mi fotte e mi fa piombare nel centro di Arta che in quel momento secondo me aveva la stessa densità di popolazione di Caracas con l’aggravante di avere tutti i cartelli coperti da adesivi o rovinati o bruciati o non lo so… so solo che mi trovavo nel centro di questa fottuta Arta, la quale probabilmente è un posto bellissimo, con un ponte famoso e tutto quello che volete. Ma io dopo tutti quei chilometri e ancora molti altri da farne, non me ne poteva fottere niente di Arta. Ho solo pensato che a Sparta ci sono stato, ora ero a Arta, probabilmente il prossimo luogo sarebbe stato Rta e sarei morto tra mille sofferenze. Mi dimeno nel centro di Arta, ne esco, prendo la statale che dovevo prendere e mi rendo conto che il mio compagno di viaggio aveva preso la bretella che avrebbe tagliato fuori il centro città. Mai mollare il compagno di viaggio, lui ha sempre ragione. Il serbatoio si svuota, ma è ancora sotto controllo.

In queste condizioni, non posso fermarmi. Non posso farlo perché in quei pochi punti in cui posso sorpassare, se mi tolgo dalle palle un camion, poi me lo ritrovo ancora davanti. Quindi in quel momento non potevo fermarmi ne a mangiare, ne a dormire, ne a bere un caffè, tanto meno a fare benzina. Potevo solo tirare dritto. E in queste condizioni ecco il dramma.

Sono le 22:00 passate, non vedo ancora una schifosa indicazione per Patrasso, solo Atene e sto cazzo di Antirrio, 3 camion che decidono il passo a 30km su dei… tornanti costieri. Dopo 1800 e rotti chilometri, mi trovo a fare i 30km/h su dei tornanti costieri dietro a dei pachidermi che non passerò mai e poi mai. Facevo solo curve lentissime. Ero in una specie di trans che mi ha fatto fare la follia di sorpassarne uno di camion. Ma a nulla e valsa la fatica. Ero appena uscito dall’inferno di Arta e mi trovo sul rally costiero che al confronto il rally della Corsica è una passeggiata sulla spiaggia.

La disperazione scorre forte in me e l’unica cosa oscura che ho sotto mano è la strada. Oscurità d’un tratto illuminata da un golfo, bello, illuminato, festoso. Peccato che io sia dietro un camion a bestemmiare. Dopo la parentesi rallistica mi trovo a Amfilochia, una specie di Rapallo greca dove i TIR ci passano attraverso mentre la gente si fa la passeggiata sul lungo mare o mangia al ristorante dall’altra parte della strada. Riassumendo io ero dietro un TIR a sua volta dietro un altro TIR che stava incrociando un altro TIR in uan strada già provata dalle auto parcheggiate. E io non sapevo quanto ancora dovevo soffrire. Ad un tratto si va su per una salita, il mio unico punto di sorpasso. Cosa che non so come ho eseguito per trovarmi di lì a poco ancora ad un’andatura di 80/90 km/h.

Riesco a ritornare quindi in una modalità normale sulla E952 con l’obiettivo di raggiungere la E55, piccolo pezzo autostradale verso Patrasso. O almeno lo credo, di sicuro verso sta merda di Antirrio. Sono talmente nervoso che mi stupisco di come non senta la stanchezza. L’autostrada inizia e per tutto il tratto non vedo uno e uno solo camion. L’unico punto dove li puoi sorpassare e in tutto il tratto non ne vedi uno. C’è solo una Fiat Grande Punto di Novara che sorpasso ad una velocità vergognosa. L’autostrada finisce e nell’imbuto che si innesta verso il successivo pezzo di statale cosa trovo: un TIR! Non c’era traffico, per nulla, c’erano solo 4 TIR che mi hanno rotto i coglioni più di fare coda per 50km in Germania.

Ora però il serbatoio si sta veramente svuotando, ho ancora margine, ma tutto d’un tratto, nel momento in cui ho detto “mi servirebbe un distributore”, dopo averne visti aperti per centinaia di chilometri una moltitudine, tra un ristorante e l’altro alla faccia della crisi, ora non ce ne sono più. Ho 1/5 di serbatoio e non ci sono distributori aperti e tanto meno con l’automatico. Mentre cerco di capacitarmi di questa situazione mi faccio due conti in tasca e il risultato sono 50€ interi, qualche moneta di euro e qualche moneta di Lev (dalla Bulgaria). Quei 50€ in più sono quelli in più che per caso mia madre mi ha fatto avere ed il problema è che devo giocarmeli bene. Non posso sputtanarmeli con un pieno, perché poi dove cazzo faccio un bancomat, già che trovare un distributore automatico è impossibile. E’ realistico pensare di non poterli cambiare. Che cazzo faccio? Nel frattempo che rimugino mi appare il cartello di Antirrio. Cioè sono arrivato ad Antirrio

Antirrio. CRISTO ORA HO CAPITO! HO VISTO LA LUCE!!! ANTIRRIO! ANTI e RIO. Davanti al fottuto Rio dove c’è il ponte che è vicino a Patrasso. Quindi questi non ti indicano Patrasso, ne tanto meno Rio che ti fa capire il ponte, questi mattacchioni dei greci ti mettono il fottuto Antirrio e devi sapere il greco per capire che la destinazione più grande che a te interessa è Antirrio.

Ti odio Antirrio, mi hai fatto grondare sangue dalle orecchie a forza di pensarci. Ma io ho ancora almeno 90km, poca benzina e nessun distributore all’orizzonte. E, voglio dire, avevo quasi il ponte davanti.

Come la Madonna di Monteberico allo stanco viandante mi appare una stazione di servizio illuminata con scritto “24h”. Sono quasi salvo. Mi fermo e entro in quella che è una catena di fastfood greca per chiedere di cambiarmi i 50€. Le gentilissime cassiere mi dicono che hanno solo 2 da venti. Sono fottuto.

Di come il karma ti prende per il culo però poi ti vuole bene e ti rivolta la frittata.

In realtà una delle 2 tira fuori 10€ e vorrei baciarle, ma sono troppo stanco per fare il paraculo italiano piazzamangiaspaghettimandolino, ringrazio sentitamente e faccio 30€ di benzina. Mi compiaccio di me stesso ed entro baldanzoso al casello d’ingresso del ponte di Rio. Da parte di Antir-fottuto-rio. All’una di notte. Dopo 25 ore di guida.

Il ponte è oggettivamente maestoso, è un peccato attraversarlo così stanco. Ma lo stupore di bambino viene subito troncato dai 13.20€ necessari per passarlo. Ero rimasto con 20€, ora ne ho 5€ (di carta intendo, gli altri si perdono nelle tasche dell’auto). Attraverso il ponte in totale solitudine manco fossi la Regina d’Inghilterra. Mi sento arrivato, devo fare solo un tratto breve di un’autostrada che già conosco. Ho 5€.

Esco dal ponte e comincia una serie infinita e totale di imbuti, deviazioni, traslamenti di carreggiata, rallentamenti e via discorrendo. Sono la pugnalata finale. Non ce la faccio più. E’ tutta così, non c’è un momento di pace. In questo delirio stradale arriva l’ultima presa per il culo: un casello.

3.20€ di pedaggio. Mollo i 5€ e aspetto la morte. La simpatica signorina mi chiede se ho 20 centesimi. Vorrei raccontarle tutto e stare lì a dormire al casello, ma ho ancora la cortesia di tirare fuori 20 centesimi di euro, sorridere e sfrecciare via. Per quando il manto dissestato mi permetta di sfrecciare.

Non mi è rimasto più niente e questo mia madre me lo rinfaccerà per i prossimi 200 anni (“Gatu visto che te saria servii…”). Procedo, guardo sul cellulare la freccina che mi rappresenta per vedere quanti metri mancano e sono sempre troppi.

Mia moglie in un messaggio mi dice di uscire a Xylocastro e io eseguo. A momenti mi perdo e torno indietro, per poco non ammazzo un cane che mi guarda come per dire “e tu che cazzo ci fai qua?” e ritrovo la giusta via. Il resto è un automatismo: passo Xylocastro, passo Melissi (dove ci siamo sposati), imbocco la salita per Diminiò. E arrivo.

Sono arrivato. 1997km e 26 e qualcosa ore dopo. Con una manciata di Lev e Euro in tasca. Non riesco nemmeno a scendere dalla macchina. L’unica cosa che ricordo è il risveglio del mattino dopo alle 12.

Ora però devo ritornare e allora pensavo di passare per… 🙂

4 pensieri su “Come raggiungere la Grecia in macchina guidando per 1997 km

  1. Navarro

    Sei davvero un grande!!!
    Le madri la sanno lunga… hai voglia di dar loro a bere che hai un tesserino magnetico che miracolosamente ti regala dei soldi… Schei, o te ghe n’è in tasca o non te ghe n’è mia!!!
    Complimentoni anche al signor Mazda.
    Direi… buone vacanze!
    Attendo con ansia il ritorno!

  2. DvD Autore articolo

    Ma ascolta NavaVVo, tu non ti fai sentire per secoli e appari così dal nulla in un commento?!?? 🙂 Vedi ti farti trovare a Padova con Zampy e la Vale. Sempre che tu non stia facendo la tua tredicesima laurea!
    Stame ben!

  3. La Vale

    eccola! mi fischiavano le orecchie…
    stima e rispetto per l’impresa stoica, ora sei ufficialmente pronto per Overland (o se preferisci Donna Avventura se decidi di farti ricrescere i capelli!)
    Al tuo ritorno niente scuse, ci si vede tutti a Padova e non dire che “se massa strada” !
    Buone vacanze 😀

  4. Navarro

    Ho letto con grande piacere la tua avventura! Meglio di qualsiasi altro romanzo!
    Sono distante da pd pure io, quindi per incrociarci dobbiamo assolutamente metterci d’accordo.
    Il mio indirizzo di posta te lo lascio decifrare:
    cognome dot nome at gmail dot com
    Riposati e buone vacanze!
    Sempre tanto tanto buon R’NR!
    Un abbraccio e stammi tanto bene anche te!

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