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Cinema: “Mr. e Mrs. Smith”

E concludiamo la combo settimanale con “Mr. e Mrs. Smith” visto nella consueta veste del Cinecity trevigiano.

Sulla trama c’è poco da dire più di quello che non si posssa già sapere:
< spoiler >
i coniugi Smith (Pitt e la Jolie) sono praticamente due estranei, pur vivendo la solita vita perfetta nel classico american style.
Lui prende e va al lavoro spacciandosi per imprenditore edile (una specie di Berlusconi… :) ) e lei per dirigente di una florida azienda informatica.
I realtà i due sono due killer che ammazzano gente su commissione con la stessa facilità con cui mangierebbero dei pistacchi. I due sono all’oscuro l’uno dell’altra. Alla fine capita il fattaccio e succede che si devono scontrare. Questo, oltre a creare un iniziale smarrimento, fa si che i due si rivelano e si parlano. Un specie di De Filippata con azione, anche divertente e che ti prende.
Ma questa cosa della reunion non piace affato alle rispettive agenzie committenti e cosa ti combinano? Eh si, vogliono toglierli di mezzo, ma la prendono ovviamente troppo alla leggera.
I due insieme sono chiaramente imprendibili, sebbene scenda giù l’inferno paramilitare.
< /spoiler>

Questo in parole povere. Il film non è malaccio, niente di eccezionale, ma si fa guardare. Ha un momento in cui si siede un pò a metà, ma poi riprende con l’azione frenetica e tutto torna entro i termini. L’azione è buona, dialoghi ambigui quanto basta. Insomma… ogni tanto rasenta il sempliciottismo. Però se ne esce sempre al momento giusto. Certo non è un saggio di filosofia.
Le cose divertenti sono: quando menano la Jolie, immaginare la Aniston esultare; quando Pitt si passa la Jolie, immaginare la Aniston mangiare una merda; l’alternanza tra i due momenti.

Da notare che all’entrata del cinema campeggia una gigantografia della cara Aniston in un film di prossima uscita “Vizi di famiglia”, e all’uscita una sequela di posters del suddetto film.

Che dire in conclusione?
Se quei due veramente fanno un figlio, potrebbe darsi che il codice genetico venga usato per una poteziale nuova razza ariana, tanta è la perfezione fisica.

E in ogni caso nella personale top selection Moran Atias sente il fiato sul collo della Jolie.
E sto parlando di due merde eh!

Cinema: “Harry Potter e il calice di fuoco”

Bene, sono andato a vederlo. Ovviamente al Cinecity di Padova, cioè in un cinema come dio (a scelta) comanda.

Facciamo prima una premessa:

  • non ho letto i libri e non sono un fan sfegatato di Enrico Pentolatore
  • (in genere) non parto con pregiudizi e non mi faccio seghe mentali “ahh è per bambini”, “ahh è un film tutto effetti speciali”, “ah questo o quello”; me ne fotto, vado al cinema, guardo e valuto

Detto questo vi dico subito che il film mi è piaciuto, come gli altri tre.
Perchè? Perchè è come deve essere! E’ fatto bene, è una favola, tutto è messo a disposizione della favola, fa sognare, fa immaginare, ci sono idee meravigliose (il soffitto della mensa), ci sono intrecci, c’è una bella trama, c’è il mistero.
Due ore e quaranta che ti passano in maniera fulminea. Altro che il “Signore degli anelli”. Infatti per questo motivo, uno potrebbe essere prevenuto per “King Kong”, ma prima voglio vederlo.

Insomma, il nostro occhialuto mago ce l’ha fatta un’altra volta. E’ un film maledettamente piacevole.
La cosa che più mi fa morire è che Harry è la star, quello che la mette nel culo a tutti, quello che alla fine è il figo.
E invece lui non sa mai un cazzo!
“Ma non sai che queste sono le caramelle…”, “Ma non sai chi è questo…”, “Ma non sai che questo è il campionato mondiale dei Quiddich”.
Lui arriva e non sa mai nulla! Cade dalle nuvole! E poi in quattro e quattro otto, arriva prima.

Lui non sa della scuola dei maghi, lui non sa delle tradizioni, lui non sa fare incantesimi, lui se ne sbatte. Harry Potter è rock.

La storia è quella che sappiamo tutti. Probabilmente buona parte del thrilling e della componente accattivante è dovuta all’autrice e alla sua fortunata serie di libri, ma resta il fatto che i film te li godi. Le inquadrature sono sempre affascinanti e i colori in tono con li momento.
Gli effetti speciali sono messi lì per fare esattamente quello che devono.
Non ci sono esplosioni (o meglio non come in film d’azione) o sensazionalismi sui morphing come ai tempi di “Terminator 2″.
Ormai tutti posso fare tutto.
Ora si tratta di usare la tecnologia per cose belle e in Harry Potter la tecnologia fa sognare. Se fossi un bambino di questi tempi io sbarellerei!

Tutto il castello, lo stadio, le bestie improbabili, le pozioni e le definizioni. Senza nulla togliere ai titoli di testa e coda (specialmente quelli di coda del terzo episodio). Da notare che i protagonisti sono cresciuti un bel pò ed Harry e Ron sono proprio grossi! :)

Niente da dire, a me il mago Enrico cinematografico piace.

Records of our life: “Vulgar display of power (1992)”

Detto e fatto. L’avevo promesso e tempo di organizzarmi ve lo propongo. Anche perchè c’è stata una diatriba/dibattito su una serie di commenti di un post su un sito di un gruppo (uff… che lunga sta frase) a me caro (Ammutinati (TM)), quindi traggo linfa vitale da lì per poi estendere. Di solito ricordo bene dove ho comprato i CD/cassette che poi adorerò, ma di questo masterpiece ho preso quasi tutti i supporti disponibili (eh.. le cassette si consumavano…), per cui non so dirvi se l’ho preso da Discofrisco o in un Auchan. Fattostà che in ogni angolo io ne ho una copia.

Il tutto inizia qui:

Col. W.E. Kurtz ha detto…
Noto (su wannaplay) con piacere che sei un estimatore di VULGAR DISPLAY OF POWER. E secondo me di album cosi’ ce ne sono davvero pochi. Forse e’ l’ unico.

Maledetti nababbi.

Sorvolando sui nostri messaggi in codice e frasi di uso comune, l’argomento focale di tutto è: VDoP dei Pantera”E’” l’album principe, re e via dicendo, del genere e anche non in taluni casi.
Giustamente non vuole essere una valutazione assoluta, magari una profonda riflessione pur analizzandola oggetivamente. Resta il fatto che qui si parla di “rokenroul” e quindi fanculo… :)

Il disco è meraviglioso, ti prende e non riesci a staccartente. Se non è così signigica che sei angosciato dal mutuo, dai problemi della vita medio/alti o una donna che ti fa dannare; salvo ciò, questo disco è dannatamente superiore.

Ma proseguiamo…
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Records of our life: “Delicate sound of thunder (1988)”

Ed eccolo qua.
Per la rubrica “I dischi che ci hanno segnato indelebilmente le ossa” questa volta è il turno di un memorabile pezzetto di storia.

Questo disco introduce il mio personale periodo Pink Floyd, che non smetterò mai di venerare, pur mantenendo un pacato e apparente distacco dallo stile/genere. Anche perchè non è un genere, sono loro e basta.
Evito di premettere storie, biografie, facts&figures etc..; se non conoscete i Pink Floyd, almeno un pò più di “quelli che hanno fatto anoder bric in de uoll”, vi cosiglio vivamente di addentare qualsiasi cosa vi capiti a tiro fatta da loro. Anche la più indigeribile.

Alcuni potranno dire: “e mi parli di Pink Floyd partendo da un live che fa anche da raccolta?”.
Si.
Io ho cominciato così. Quando facevo le medie e la chitarra era un sogno lontano, in mancanza di fonti acustiche fornite da i consueti fratelli, io mi aggregavo ai fratelli altrui. I fratelli in questione erano i Bortoluzzi’s, fratelli appunto del caro compagno di mille cazzate qual’è l’Arch. Bortoluzzi Giorgio. Con quest’ultimo potrei aprire un filone di esperienze musicali live da discutere, ma sarà materia di altri post.

Tornando a “DSoT”, come spesso accadeva al tempo, mi sono fatto una cassetta dall’originale.
Conoscevo appena appena la storia dei Pink Floyd, senza parlare di alcun tipo di amenità musical-strumentali.
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Records of our life: “III Sides to Every Story (1992)”

Dovevo farlo. E soprattutto dovevo cominciare con questo.
Tutti noi cresciamo con la musica, che piaccia o meno, tutti abbiamo il nostro background. La musica è la miglior macchina del tempo. Che sia una canzone noiosa, tipica da tormentone estivo, o quella con la quale avete dato il primo bacio, in qualsiasi caso la musica ci riporta indietro, scatta una foto ai vostri neuroni e quando serve vi presenta non solo l’immagine, ma la sensazione.
Lasciando da parte per un pò il trascendentale e filosofico aspetto che una manciata di onde sonore bene assestate può dare, volevo cominciare a parlare un pò dei dischi che più ho amato. E che amo.

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